un sacchetto di sbronze
11/11/2009
Stava guardando le croste della pizza mentre intorno la gente bestemmiava la sua divinità preferita dal 2021. Aveva le sopracciglia unite da un ponte di peli sudati ed era odioso, odiato (anche se questo non avrei dovuto dirvelo). Quasi erano finiti i soldi contanti, e non sarebbe andato avanti ancora a lungo con quei cazzo di whisky invecchiati con le etichette gialline, questo è sicuro “ce l’hai un bancomat?” No, il barista scosse la testa; avrebbe dovuto abbassare il tiro già a partire dall’ordinazione successiva. “10 euro per sta roba che tu quanto la paghi?” Ma il suo tenore di vita precedente la separazione non gliel’avrebbe mai consentito; aveva una moglie ricca e molto ricca, mai figli e un pastore afghano talmente brutto che piaceva da impazzire alle figlie annoiate dei miliardari. “Ci piace da impazzire” dicevano in coro mentre si facevano toccare. Soprattutto lui credeva fermamente nella contagiosità della povertà “Col cazzo che finisco come voi stronzi”. Sapeva addirittura che nella vita precedente era uno strozzino particolarmente vendicativo, e che andava forte tra le giovinette lesbiche per via dello spazzolino elettrico che aveva ingoiato per sbaglio quel giorno di primavera (ma questo non è molto rilevante ai fini della storia).
1. I suoi occhi azzurri e lucidi riflettevano il fondo del bicchiere, e il barista stava fisso a guardarlo indicandolo coi baffi. “Avrai un sacco di cose da raccontare ai tuoi stronzi alcolizzati.” In effetti il barista aveva un sacco di cose da raccontare.
2. I suoi occhi azzurri e lucidi riflettevano il fondo del bicchiere, e il rumore del locale veniva progressivamente soffocato dal silenzio della sua testa.
3. Fu il fegato a iniziare:
-valgo quanto il tuo sacchetto di spiccioli che non hai voglia di contare e fai bene, perché dentro ci saranno al massimo 5 euro.
-cosa? (sorpreso\rallentato da alcool e depressione)
-stai finendo il credito.
-fino a prova contraria sei ancora il mio fegato. E per mio intendo che nel mio organismo non vige la proprietà privata.
-morirai. (categorico)
-non morirò. (sicuro di sé ma non del tutto\categorico)
-morirai, in un modo o nell’altro. Quello è il sesto bicchiere, e la tua macchina è una Prisma. (ironico\scarsa fiducia nell’autoveicolo)
-Sì sì certo. Ora invece spiegami quella stronza dove cazzo è finita. Io vivo tranquillo, senza eccessi, mangio poco, le cucino il pranzo e le porto i cracker a letto; la vado a prendere a spinning quando fa freddo e le compro l’idromele quando fa caldo; abbiamo un cane 2D del cazzo con la pleurite che sembra una tendina. Benissimo. Poi lei scompare. E mi lascia un biglietto con su scritto che si sente soffocare, che deve riflettere e che se ne starà a Lione con riki per un po’. Chi cazzo è riki? (alterato da alcool depressione organi interni vita privata e grossi cani che sembrano spazzole)
-ma
-Io non lavoro da otto anni e non ho un soldo perché lei non ha mai voluto che lavorassi. Lei, invece, ora è con riki-cazzo-sei a farsi spremere la confusione in una bottiglia di frizzantino. E dimmi cosa dovrei fare ora, dimmi. (incalzante\si asciuga il sudore dalla fronte col polsino della camicia)
-non saprei cosa
-sai cos’ho fatto prima? Lo vuoi sapere?
-vai. (accondiscendente)
-ho preso la sua cazzo di prisma e le sono entrato in soggiorno attraverso quella cazzo di porta vetri con la fantasia che aveva tanto voluto lei, con le papere che si tuffano. Le ho frantumato sia le papere che il laghetto, e spaccato quel cazzo di divano rosa shocking che le piaceva da impazzire “mi piace da impazzire” diceva. Faceva schifo.
-bravo. (ironico\giudice)
-sei ironico, sacchetto di merda?
-no, ecco ma
-tu sei una specie di stronzo, non è vero?
-ei ei, fermati un attimo. È vero che lei ha perso qualche buona occasione per sembrare almeno un poco intelligente. E capisco perché tu ne abbia persa una decina, di conseguenza. È tutta una questione di impulsività, sai. Io ti do ragione in tutto, perché è così: hai ragione. E non ho mai visto una persona avere così tanti problemi con la propria ragione. (paterno)
-oh cristo.
-non bestemmiare. (paternalista\ciliegina sulla torta)
-cosa!? Il mio fegato mi dice di non bestemmiare, ma certamente. Vuoi per caso che ti faccia un succhiotto?
-non essere blasfemo, ecco tutto. (difensivista)
-io con le parole ci gioco come e quando cazzo mi pare. (offensivista)
-quando uno è blasfemo è blasfemo. Non dovrebbe mai esserlo, è una questione di rispetto. (non sa cosa lo aspetta\non ne ha la minima idea)
-il problema non sono io che sono blasfemo per gioco. Il problema sei tu che sei religioso sul serio. Quanti euro hai detto che vali? (inquisitore\abuso di potere)
-eh?
-prima dico, avevi parlato del credito che finiva. Quanto ti resta?
-avevo detto 5 euro ma era una metaf
-perfetto. (conclusivo)
Lui prese gli spiccioli dal sacchetto che teneva in tasca, li contò, erano 5 euro, prese le chiavi della Prisma, si incise il fianco e incise ancora, incise sempre più dentro, si aprì un piccolo pozzo nella pelle, scavò, scavò il grasso con le chiavi, fece colare fiumi di sangue e piramidi di grasso giù dallo sgabello, posò le chiavi sporche accanto al bicchiere di whiskey, affondò la mano nella carne afferrandosi il fegato in una valle di pezzi molli e tessuti rosso fuoco, lo strappò via, strinse gli spiccioli nella mano sinistra, il fegato nella mano destra e guardando il barista disse “dovrebbero bastare”.
progredire
29/10/2009
Eravamo sulla cima di destra e stavamo guardando il filo teso che collega la cima di destra a quella di sinistra. Era il nostro obiettivo, la cima di sinistra. Dovevamo camminare dritti e senza zaini, solamente con dei lunghi bastoni a tenerci in equilibrio sul filo. È l’effetto che fanno sei persone fluttuanti nel cielo molle, pericoloso, invadente; avevamo accettato il rischio. Volevamo essere proprio come quell’uomo che attraversava le torri gemelle sul filo nel cielo di New York.
[…]
Ma sulla cima di destra stavamo bene, benone. In mattinata eravamo transitati davanti a un piccolo chiosco gestito da un piccolo russo che se ne stava lì seduto con un grosso cappello a non fare niente; aveva dei folti baffi neri e li arricciava tutti attorno al dito indice della mano destra. Lo salutammo, certo. Gli chiesi che cosa facesse in quel chiosco e lui rispose che era il suo lavoro da quarant’anni. Allora A gli chiese dove fosse la sua casa e lui disse ad A che abitava dietro quel cespuglio -che cosa vuoi ragazzo? A rispose un Big Mac, e se per favore sarebbe stato così gentile da togliere i cetrioli. Caspita, disse il piccolo russo. Gli chiesi da quanto tempo il chiosco era stato rilevato da Burger King e lui rispose appena un anno, che era l’ultimo chiosco ad aver resistito a Burger King. Quindi il piccolo russo ci confidò -tutti i chioschi della montagna di destra sono di Burger King- ma noi lo sapevamo bene, certo. Perchè a valle l’inferno ci aveva spinto sulla montagna, e poi ancora in alto, sulla vetta; intanto vedevamo, intanto bruciavano i versanti e ogni piccolo chiosco. Sulla cima di destra non saremmo mai potuti essere felici ancora.
[…]
Noi guardavamo l’altra cima, nel modo in cui quell’uomo che attraversava le torri gemelle sul filo nel cielo di New York probabilmente guardava l’altra torre; tra le piaghe sulla pelle delle nostre espressioni consumate si leggeva comunque speranza. E l’inferno, che saliva, era gelido. Noi avevamo preparato i lunghi bastoni per attraversare il cielo e sapevamo benissimo che insieme non potevamo stare sopra un unico filo teso e camminare; sapevamo bene che la fisica ci vuole soli, là in mezzo, certo- non guardarci così. Ci abbiamo provato. E ora siamo in volo sull’inferno.
lo sporco tra due mattonelle
23/10/2009
Lui – questa merda è assordante!
Lei – sì, tu cosa vuoi fare?
Lui – ci prendiamo qualcosa da bere? (urla)
Lei – sì.
Lui è imbarazzato. Ha l’aspetto di un vecchio e in mezzo a duecento ragazzi più o meno coetanei percepisce di avere l’aspetto di un vecchio. Non che sia vestito male, ma nessuno si vestirebbe come lui certo, quella maglia di cotone è di almeno tre anni fa. Poi. La musica non la trova malaccio, ma usa la parola merda senza esitare. Capisce immediatamente la differenza che passa tra vivere e ascoltare la musica, capisce che di Villalobos in cameretta non se ne fa nulla di che e che, nonostante tutto, lui ha l’intelligenza necessaria per capirlo; persino il suo ego è stanco di ballare i remix di Villalobos. Poi. Si passa le dita tra la barba folta e dietro, sul collo, e intanto sorride di gusto in fila col tagliandino della consumazione già stropicciato nell’altra mano. Pensa che non sono belli per niente, i suoi peli superflui sul collo, quelli che crescono a metà tra la barba e i capelli. Questo genere di cose alle ragazze non piace.
Lui – ti prendo io la consumazione, tu vai pure. Cosa vuoi?
Lei – dove vuoi che vada? Non importa, aspetto. (scuote la testa incrociando le braccia)
Lui – non dovevi vederti con Y?
Lei – sì, ma non so se è già arrivata. Poi che differenza fa, adesso o dopo?
Lui – che siamo in ritardo di un’ora.
Lei – boh, ok. Prendimi un cuba libre.
E loro. Lui li guarda come guarderebbe un nido di formiche, seppur ad intermittenza, così come la direzione ha imposto al tecnico delle luci pagandolo una miseria. Loro, un esercito. E hanno le magliette che brillano, e smascellano in un’espressione perfetta mentre chiedono il sex on the beach, mentre chiedono il mai tai ballando in cerchio attorno a un gran pezzo di figa. Lo sanno bene cosa si deve fare quando si tratta di ordinare da bere. E loro hanno anche trent’anni, o diciotto e ventiquattro contemporaneamente. Che è uguale, quando porti la faccia di uno che ha preso la direzione giusta nella vita, quando porti la maschera di uno che ha preso la direzione giusta nella vita.
Lui –andate tutti a fare il culo, si.
Lui sa di aver sottovalutato la grandezza di quel rumore compresso in quattro quarti, mentre è lì piantato dietro a una biondina grassoccia con il tanga in vista, e intanto ricorda delle piccole cose. Per esempio ricorda che credeva di essere molto intelligente perché una volta aveva inserito in un racconto le parole “coloreria italiana”, e questo aveva generato in lui una piccola sensazione di appagamento che in breve tempo (pochi istanti) si era trasformata in un pretestuoso motivo di vanto. In quel periodo Lei correva sui muri ed era in ospedale, e lavorava di continuo per alimentare il suo senso di colpa. Poi. La stanza rimbomba nella stanza e Lui diventa possessivo con Lei, almeno negli impulsi. Sa benissimo che non vuole proteggerla, ma trattenerla. Sa benissimo che è sbagliato e per questo si sbava sul colletto. Ma Lui è in coda con quelle due stracazzo di consumazioni, c’è casino, e Lei cosa avrebbe pensato se Lui fosse tornato senza il cuba libre? Lui non vorrebbe mai che Lei si mescolasse a tutto quel rumore in cui tutti sono uguali a tutti gli altri e vaffanculo pure Carlo Marx, sei fuori contesto. Poi. Lui pensa che il meglio sia dentro quella stanza, certamente. Lui allora pensa che se ne starà fuori, da quella stanza. Per sempre. Solo gli scemi fanno la coda e borbottano.
Lui – un cuba libre e un jameson.
Il barman – non abbiamo il jameson.
Lui – due cuba libre. (vaffanculo)
Esce dalla ressa ed entra in un’altra ressa, più disordinata. Cerca Lei con una certa fretta. La cerca in pista, sui cubi, nel cesso dei maschi e nel cesso delle femmine, dietro al dj, tra i pali. La ressa è sempre la stessa: le facce sono sempre le stesse, anche la sua faccia è sempre la stessa. E Lui sta marciando e sembra che balli, in mezzo a tutti gli altri che ballano e marciano cercando lei in modi che Lui neanche riesce ad immaginare, nella cecità del suo egoismo.
Non la trova mai, la cerca tutta la notte, non la troverà mai più. Forse. E intanto Lui si accorge che non ha più niente da offrire, eccetto un cuba libre.
una questione di cardini
22/10/2009
Scendevo alla fermata di Porta Susa, ecco. Ero in anticipo di venti minuti buoni sul pullman autostradale e il sole delle sei, per la prima volta nel 2009, non era ancora tramontato; I palazzi invece avevano guadagnato qualche centimetro. Erano le diciotto e trenta e tornavo da lavoro mangiando alcuni dischi di riso soffiato, mentre scendevo dal pullman cittadino coi colleghi che loro invece erano puntuali. Io dovevo aspettare. Alla stazione di Porta Susa c’erano questi indiani d’America, ecco. Con tanto di piume e carnagione spessa che suonavano diversi flauti, e cantavano e raccoglievano soldi a una piccola folla. Che non erano i soliti sfigati, ecco. Avevano pure il trucco in faccia e gli amplificatori, e anche le aste dei microfoni coi microfoni molto più buoni del mio. Ma ho pensato che fosse giusto, ecco. Perchè anche se loro cantavano e suonavano su delle basi preregistrate coi suoni molto brutti e sintetici, ci sapevano decisamente fare in quanto a spettacolo. Che io ho pure messo in pausa l’I-pod in quel momento, ecco. Ho pensato per un attimo che quelle cose così finte fossero perfette, in qualche modo. Quelle cose tra il concetto di esotico e la colonna sonora del gladiatore, che di indiano avevano solo gli occhi quadrati di quelli che ascoltavano in semicerchio. E magari tutte le persone che si erano fermate credevano a stupidaggini come che erano veramente dei nativi autentici, o che quella fosse la musica degli indiani. Invece poteva solo essere uno scorcio di world music, che fa molto “intercultura”. Alla Peter Gabriel, ecco. E vedevo questi indiani d’America soffiare forte dentro ai flauti e cantare forte che ci stavano bene sulle basi registrate, in mezzo a palazzoni e traffico da vendere. Era tutto molto coinvolgente, ed era tutto molto oltre alle cose che prendo abitualmente in considerazione. Che in quel momento quasi mi sentivo importante, mi sentivo quasi di ringraziarli, ecco. Come una comparsa che alla fine del montaggio si vede un po’ di volte almeno, in prima fila, e dice “grande”. Lì in mezzo a tutto che pensavo alle cose mie, cose solo mie, sotto alla luce giusta delle sei e quaranta tra gli occhi quadrati della gente che pensava all’esotismo. Che li avevo capiti tutti io, uno per uno, con tutto il mio gusto eccellente in merito alla musica e la mia capacità di leggere dentro. Quando sono arrivate le ore giuste mi sono alzato e sono andato ad aspettare il pullman. Ho acceso l’I pod, che era impostato su un pezzo: epilepsy is dancing di Antony and the Johnsons, e l’unica cosa che mi è venuta in mente è quella scena famosa in cui fantozzi dice che la corazzata potemkin è una cagata pazzesca.