la bestia

03/12/2010

Aveva fame di tutto. Aveva fame e spezzava qualsiasi cosa e se lo ficcava tra i denti. Quello che non poteva masticare lo faceva sciogliere in bocca, quello che non si poteva sciogliere lo rosicchiava e sputava per terra. Non parlava con nessuno, tutto quello che faceva era mangiare, mangiare, mangiare. Sulla schiena aveva due ganci di ruggine. Quando aveva finito di mangiare Lui lo trascinava su con dei cavi di ferro e una bacchetta e lo metteva in una gabbia. Allora dormiva, per non morire, anche se aveva fame ancora, e ancora fame. A volte si sentivano i ruggiti del suo stomaco squarciare l’intonaco del palazzo, che era nuovo di zecca. e Lui lo calava in piena notte così che potesse mangiare tutto ciò che voleva. Spezzava e mangiava, spezzava, mangiava e a volte sputava. Le sue orecchie erano a punta, una punta frastagliata, e muovevano velocemente verso il cibo. Il cibo che era ogni cosa, ovunque. Le sue orecchie si dirigevano nervosamente verso ogni cosa, ovunque, seguite dai denti. Poi Lui lo tirava su, poi giù, per duecento anni ancora, poi niente. Per sempre.

[autobiografico. risale ad un paio di anni fa. l'ho solamente riguardato.]

Mi sedetti sul muretto come avevo fatto per tutti e quattro gli anni passati in quel posto. L’università era il solito groviglio maldestro di ferro e vetri crepati. C’era una marea di gente che usciva dai test di ammissione, io avevo appena finito di registrare l’ultimo voto e stavo leggendo Americana di Don DeLillo. Una ragazza che conoscevo ma non vedevo da molto tempo mi venne incontro e mi salutò. Mi fece capire che avrebbe voluto dire due parole. Chiusi Don DeLillo e tenni il segno con una cartolina di Vivienne Westwood. Mi chiese del libro, di un gruppo noise tedesco, della burocrazia universitaria, di Parigi. Lei era fidanzata con un mio amico che lei aveva lasciato mesi prima. Mi chiese di lui, poi si mise a piangere nel palmo vuoto di una mano e se ne andò. Pensai al giorno in cui lei mi disse che avevo i capelli da putto; il suo ragazzo mi offriva degli spinaci tiepidi, intanto parlavamo di quanto ci stavano sul cazzo i radical chic rasta con gli djembè. Pensai di aver vissuto quei primi anni universitari sull’orlo di una generazione.
Presi bene la mia presunzione, nonostante tutto.

Era un tempo in cui W dirigeva i cori mentre camminavamo da nessuna parte stonando canzoni di cccp cure stooges devo pavement boy george violent femmes sex pistols nick cave minuteman flaming lips neil young radiohead fugazi smiths solamente per sentirci perfettamente fuori moda. B continuava a mettere quel suo cappotto disgustoso. Condividevamo un cinismo giovanilista e superficiale, che ci preparava consapevoli ad un mondo giovane e superficiale in modo diverso. Forse ci credevo, ad un qualche tipo di ingenuità. Che poi tutto si riflesse lungo le pieghe della mia vita, le piaghe da decubito. Con tutto quel relativismo che adesso scrivo su ogni documento Word. Conoscevo i sonic youth, il primo buio di Torino sotto le luci di natale, i monty phython e il referendum sulla fecondazione assistita, il nichilismo.
Parlavamo di tutto quanto, negli anni settanta delle nostre vite non sincronizzate.
Nascevano i tedeschi suonano altri tedeschi, e poi diventavano qualcos’altro.

Decisi di non rimettermi a leggere. Me ne andai dalla terrazza universitaria senza ascoltare musica dall’i-pod e vidi una ragazza con delle tette enormi immobili, innaturali. La sua abbronzatura sintetica perdeva inchiostro sulle dita del ragazzo. E il nero attira i raggi solari.

Ufficialmente avevo finito gli esami. Torino quel pomeriggio era bollente e diversa. Il marocchino con la fisarmonica si era rasato la testa e io non gli diedi niente. Non conoscevo più nessuno. La città era vuota. A Ginevra si preparavano per fare scontrare due particelle subatomiche dentro a un grosso tubo. Avremmo potuto sapere qualcosa in più sull’origine dell’universo creando un buco nero infinitamente piccolo. “molto bene”, pensai. Mi resi conto che non sentivo più l’odore delle fotocopie.

[autobiografico. anche se mi sono appropriato indebitamente del "noi", ovvero, vi ho usato per scrivere questo pezzo nel quale non dovrete per forza riconoscervi.]

Ci svegliamo la mattina presto senza mai essere andati a dormire, sentiamo le formiche salire le scale di alluminio. Il condizionatore del bungalow non soffia più fuori niente, supervisiona le nostre risate isteriche con aria indifferente. Continuo a bere ad intervalli irregolari dalla bottiglia di tè freddo per lubrificare la gola essiccata dal fumo che pervade la stanza; bevo compulsivamente (le formiche entrano sulle punte, senza volerci disturbare, senza neanche chiederci un pezzo di pane).

Sento che mi sto ammalando, ma non mi ammalo. Guardo le persone intorno con occhi graffiati come i loro, gli sguardi ancora vivi e fieri di stare a fissarsi ebeti attraverso la luce tenue che ci è sopra. Mi chiedo cosa stiamo cercando, e forse se lo chiedono anche altri, mentre la luce del sole prende possesso del nostro perimetro. Noi, in mezzo. Il tavolo è scomodo, le posizioni che abbiamo assunto sono il meglio che possiamo fare dopo una notte regalata al mare.

Sono le sette del mattino, forse prima. Noi siamo a due passi dalla ferrovia, una linea adriatica che non molla mai. Ogni dieci minuti passa un treno a spostarci i pensieri tra le pareti, a spostarci le pareti tra i pensieri: Treni merci, intercity, euro star, interregionali. Tutto a due passi da noi, per un piccolo istante: pendolari, controllori e famiglie dirette in Puglia, al macero. Stiamo fermi, senza guardare fuori. Noi che da fuori prendiamo solo il rumore e lo spostamento d’aria e non ce ne frega un cazzo di chi è la colpa. Che si fottano, i treni del mattino. SOSPENDETE IL SERVIZIO, CAZZO!

Ci guardiamo in faccia, non abbiamo più alcun difetto. Siamo belli come il sole, nel nome del lassismo. E dobbiamo ancora svegliarci per andare a correre, questo era deciso. Ma ci guardiamo essere belli, ci guardiamo belli come non lo siamo mai stati, inebetiti, ubriachi di sonno e imbottiti di brividi. Non abbiamo fame, non abbiamo sete, non abbiamo aspettative ma sappiamo che è meglio non fermarsi troppo a lungo. Ci sarebbe fatale: non vorremmo rischiare di perdere l’attimo, di crollare in preda alla normalità delle nostre abituali crisi isteriche, imperfezioni e malattie psicosomatiche. Siamo belli, dritti sulle nostre schiene. Componiamo una canzone struggente con la chitarra classica di qualcuno, poi la dimentichiamo. Solo allora siamo fuori.

Iniziamo a correre sulla sabbia. La spiaggia è inclinata, cazzo se è inclinata. Iniziamo a correre malvolentieri sentendo i talloni picchiare sul bagnasciuga più forte di quello che ci saremmo aspettati. Un piede sforza più dell’altro, siamo inclinati anche noi. Ci fanno male le caviglie e il fumo passivo del bungalow brucia rinchiuso nei polmoni come il cielo di Milano in una stanza. È faticoso. Lo sento dai dolori provenienti dal ginocchio operato, e cerco di correre senza crederci troppo, giusto per non rovinare l’idea, per non rimanere indietro. Guardo in basso. Siamo in fila indiana sulla riva ad evitare pietre piramidali e granchi nani traumatizzati, mentre il ginocchio mi punge ininterrottamente, terribilmente. Dio mi ricostruisca il crociato anteriore, la prego (do sempre del lei a dio, quando non so più cosa fare). Non c’è soluzione, mi appello alla preghiera solo per circumnavigare le mie responsabilità. Ci scherzo su, guadagnando metri. Non sono più giovane.

Lo so, che ho ragione.

È il tendine d’Achille di un piede a darmi la netta sensazione che sto tirando la corda. Proseguo ancora, il sole ci taglia in due già a mezza altezza incastrato tra l’uno e l’altro, e gli altri tre uguale. Faticare non è così bello come sembra. Siamo compatti, io sono passato avanti sorpassando chi ha schiacciato un sasso, ma resto davanti solo per vedere cosa si prova. Siamo belli ma nudi, ora. Nudi davanti alla fatica, tra il mare e la spiaggia. Tre ragazzi e due ragazze in cerca di una meta per ritornare da dove si è partiti, un chilogrammo prima, un passo prima, un anno prima. Ed ecco che mollo, mi tolgo la maglietta, mi stacco dal gruppo, loro vanno veloci come i treni che ci tengono svegli, e trasportano ognuno milioni di dubbi e certezze male assortite. Io mi butto nell’acqua delle sette e sento che è calda, come non mi sarei mai aspettato. vedo il sole crescere, solo, e gli altri proseguire come treni rotti ma orgogliosi verso qualcosa. Guardo intorno a me, spuntando i punti cardinali, infine dritto in direzione dell’altra parte, la parte che non vedo, quella che non si vede mai e non c’è mai quando voglio fissarla negli occhi con il magone in pugno e dirle –hei, io, ei…

Fuori dall’acqua fa un freddo cane.

Il povero Tom è a un passo dall’ufficio. È il suo 1787simo giorno lavorativo, la camicia ben stirata. La sera aveva preparato un polpettone che si era sfaldato nel piatto, lui l’aveva raccolto e messo nella borsa del pranzo che ora tiene nella valigetta, al sicuro. Nella valigetta ha anche lo spazzolino. Il povero Tom si lava sempre i denti dopo la pausa pranzo, all’insaputa dei colleghi. In segreto, prende qualche minuto per la propria igiene personale, prima di tornare in ufficio. È molto timido. Fa un lavoro sedentario, ordina i documenti in faldoni smistandoli da grosse pile male assemblate. Deve sempre stare attento alle etichette, quello è il difficile. Perché è complicato risalire all’errore e correggerlo, ci sono troppi raccoglitori. Per fortuna che il povero Tom è molto ordinato. A un passo dall’ufficio c’è il profumo delle brioche calde di una panetteria gestita da una piccola famiglia nigeriana. Il povero Tom passa sempre a prendere una brioche di ritorno dal lavoro, ma non è mai calda, né soffice, e sicuramente non ha mai il sapore di una brioche appena fatta. Chi lo sa. Dovrebbe invece prenderla una mattina, pensa. Iniziare la giornata con una cremosa appena sfornata sarebbe magnifico. Ma non gli piace perdere tempo. Da quando si sveglia a quando entra in ufficio il povero Tom ha i passi contati, i minuti contati e ogni cosa va sempre come deve andare. Ogni pulsante deve essere sempre schiacciato al suo tempo, senza rincorse. Senza anticipo. A un passo dall’ufficio mancano pochi secondi all’ora esatta e la lancetta non è impietosa, né tollerante. Tutto, semplicemente, continua. Giusto il tempo di sognare il fluire della crema calda puntellata di briciole tra i denti, sulla lingua e poi giù. Il povero Tom aspetta quindici secondi dopo l’ora esatta, poi entra. Non succederà mai più.

1. martedì

Gabi Stenson è un cuoco, ma non ama cucinare. Martedì pomeriggio viene contattato dalla questura. In questura c’è un grande fan di Gabi Stenson, si chiama Marv. Lui adora portare le ragazze al suo ristorante “Bingo” e ordinare il “pasticcio Gabi voilà”, specialità della casa. È preoccupato. La chiusura del “Bingo” non era prevista, nessuno l’aveva prevista. C’era un piccolo foglio con scritto “chiuso per sempre”. Marv mette pressione a Gabi Stenson.

-ciao Gabi, carissimo. Che cazzo ti è passato per la testa?

-sono depresso.

2. mercoledì

Gabi non si cambia la camicia da una settimana. Gli piacciono le righe granata orizzontali. Ha messo un gatto sul tavolo della cucina, dentro a una scatola di cartone, non lo fa mai uscire. È un bel gatto. Guarda il calendario ininterrottamente, guarda l’orologio. Solitamente preferisce guardare il calendario. Marv lo chiama anche mercoledì.

-ciao Gabi. Non credi che sia ora di riaprire il locale? Cioè, qui ho una maestra di danza per le mani, mi capisci. Non so se mi spiego. Allora, riapri?

-perché?

3. giovedì

Marv è frenetico. Si muove tanto. Gabi è sempre stato un tipo silenzioso. Loro non sono mai stati amici. Marv chiama giovedì.

-Gabi, carissimo. Devi assolutamente aprire. Ho bisogno del tuo “pasticcio Gabi voilà”. A proposito, cosa ci metti dentro? Che se non apri devo imparare a farlo io, eh? (ride) dai su, allora, quando riapri? Inizi a mancarmi.

4. venerdì

Gabi ha tirato fuori le carte. Si sente sempre stanco. Fuori non c’è un bel tempo, lui intanto gioca a solitario, pesca un quattro di fiori. Perde spesso. Quindi si da per vinto. Il “Bingo” non gli manca, ha le carte distese tutte intorno e sembrano una coperta. Marv chiama venerdì.

-Gabi, capisco che sei depresso e tutto quanto. Ma devi aprire, qui ho Paula da portare, fidati, è quella giusta. Ha degli occhi speciali, blu, non è come tutte le altre. Gli ho parlato tanto del “Bingo”. Non farmi fare di queste figure. Ti prego.

-miao.

Gabi fa rispondere il gatto.

Sabato sera trovano Marv morto, dicono che aveva problemi con la droga. La questura chiama Gabi per avvisarlo, sapendo della piccola relazione di amicizia tra loro. Chissà cosa c’era nella testa di Marv. Qualcosa scatta dentro Gabi Stenson. Domenica sera il “Bingo” è aperto ancora una volta, forse non l’ultima volta.

ancora

10/04/2010

Prendevate le vostre cose e scappavate fuori. C’era un bel cielo indaco mentre vi sfollavano verso nessuna direzione a caccia di fortuna. Le folle si riformavano continuamente e poco per volta travolgevano le guardie e i controllori condannati a morte. Voi eravate indietro e in fondo lo sapevate che non c’era quasi più niente da fare, però i bambini. Avanzavate pretese sul vostro ruolo di genitori, rivendicavate figli non vostri. Mentre la città era in fiamme e pioveva fuliggine spessa voi volevate andare nel gruppo più avanti. Il fumo dei copertoni bruciava gli occhi e avevate la sensazione di crescere un nodo rampicante nei cervelli ormai fitti di immagini e un dolore mai provato prima. Non c’era altro che città. Non c’era altro. La vostra corsa non era contro il tempo, bensì contro la pigrizia delle vostre radici, abituati come eravate a stare comodi a stappare bottiglie. Faceva il caldo che avreste voluto togliervi le giacche di lana, ma non potevate perchè vi avrebbe ucciso perdere tempo. Qualsiasi tipo di tempo. Calciavate le vecchiette aprendovi dei varchi tra i morti in processione, provando un certo sollievo ad ogni persona superata con l’egoismo tipico di giovani industriali rampanti. Eppure eravate persone semplicemente comuni, ordinarie, operai e preti di quartiere. Non c’era niente di eroico nell’andare a morire. Le fiamme erano alte che pensavate che se fossero crollate vi avrebbero schiacciato, e per una volta avreste parlato tutti la stessa lingua. Per una volta. Voi con i visi tirati dalla paura come corde di chitarra accordate due, tre, quattro, cinque tonalità più alte. Il Mi cantino in attesa di spezzarsi. Che non stavate più pensando a domani, ma al prossimo respiro. A respirare ancora una volta, l’ultima. Ancora una volta l’aria cancerogena del mondo. Ancora una. Non stavate più scappando dalla morte, stavate cercando la vita per sempre. Troppo tardi ormai per morire di cancro.

-ti avevo detto di non alzare le mani.

-scusa.

-lo sai che puoi fare male alle persone. Sei grande, adesso.

-sì, lo so. Scusa.

-non devi chiedere scusa a me. Chiedi scusa al signore.

-scusi.

-e non piangere, dai. Mi scusi sa, mio figlio è un gran maleducato. Vero che sei un gran maleducato?

-non…

-non si preoccupi.

-smettila di piangere. Lei piuttosto, tutto bene?

-sì, non pensavo che passare fosse un così grande problema per suo figlio.

-è che soffre di tremendi sbalzi d’umore. Ogni volta che vede un uomo che passa diventa irascibile.

-ho notato. Anche io da piccolo avevo di questi problemi, sa?

-sì?

-una volta ricordo di aver piantato uno spillone nel polpaccio di mia madre mentre prendeva il tè con un’amica.

-caspita.

-Aveva urlato talmente forte che all’amica le era finito il cucchiaino di traverso.

-ah, mi spiace.

-sono cose che capitano.

-Io e mia moglie abbiamo provato di tutto, sa? Ora gli stiamo facendo vedere qualche vecchio film di John Woo per sfogare l’adrenalina.

-quale?

-ieri sera abbiamo visto “To hell with the devil”, vero piccolo?

-sì-

-mi sembra una pessima idea.

-dice?

-assolutamente. Sa come ha risolto mia madre i miei problemi con la rabbia?

-come.

-formiche.

-come?

-Mia madre prese un terrario, un grosso terrario con dentro un formicaio. Ed io imparai ad amministrarlo dando da mangiare alle formiche gli insetti moribondi che trovavo per casa e lei, mia madre, era molto contenta, diceva. Sapeva sempre dove buttare la buccia dei cachi.

-ma non mi dica.

-mi creda. Erano squisiti quei cachi.

-il caco non mi piace.

-scherza? Il caco è poesia.

Stavo scivolando sulla pancia in quella roccia erosa dal vento e scavata dalla pioggia. Ci morivano i vermi, laggiù. Facevo turbinare le antenne, lo sguardo, per dare segni di vita al cielo a pezzi bombardato dai boomerang della mafia. Mi colava addosso il sudore del mondo, la stoffa. In un momento che tutti sapevano che non c’era molto da fare mentre avevano molto da fare per difendere ognuno la propria famiglia allargata. Noi lumache rosse non facevamo che scivolare sulla pancia, tra le gambe dei ragazzini obesi a rincorrerci col sale grosso, con la benzina; assecondavamo le pieghe del terreno, lenti, a percepire rapidamente i movimenti intorno solo per conoscere il tempo del nostro carnefice. Senza poterci muovere, veramente; le lumache non sanno coniugare il verbo scappare.

LA PARABOLA

Quando percepii la presenza della lumaca 1 mi avvicinai e, per pigrizia, non le rivolsi la parola. Quando chiesi a me stesso perché avrei dovuto avvicinarmi ancora alla lumaca 2 mi risposi che la pigrizia era la certificazione della natura individualista e autarchica delle lumache rosse [...] Quando il piccolo grasso Tommy versò il sale sul mio dorso contratto (con un certo qual sadismo), la lumaca 1 stava a due centimetri da noi e tremava, nascosta sotto una piccola foglia. La riconobbi, lei mi riconobbe ed io capii di avere avuto torto. Mi feci un paio di promesse.

Leggere e percepire tutto quanto prima ma senza avere la forza o i pattini eppure continuare ad andare avanti attaccandosi agli ostacoli stesi al vento e alla pioggia a fermarci quando a fermarci sono i nostri limiti goffi ed invadenti il nostro individualismo autentico autarchico finto le traiettorie casuali ci porteranno sempre ad incrociare le strade sotto il sole sotto il sale della nostra pigrizia.

zig zag

01/12/2009

PROLOGO

X camminava dritto sul sentiero di marmo che conduceva al castello di marzapane. Y lo aspettava sulla cima del castello di marzapane impugnando un tubetto di latte condensato ormai scaduto da 3 giorni. Z si nascondeva nella boscaglia che costeggiava il sentiero di marmo. Ora, non che io ce l’abbia con la cagnetta andicappata di Z, ma è la terza volta questa settimana che mi piscia sui pantaloni e francamente mi pare inutile continuare ad intimarle di smetterla spingendole il muso nei pantaloni pisciati. X, prima di partire, mi aveva consigliato di tagliarle le orecchie come un piccolo pitbull e di metterle i cerottini; mi sono sempre chiesto a cosa servissero i cerottini.

PERSONAGGI PRINCIPALI

A. Quando camminava sul sentiero di marmo X era molto divertente, perché gli piaceva zigzagare in corsa laterale alternando destro e sinistro avanti. Toccava la parete immaginaria che divideva la strada dalla boscaglia, su entrambi i lati, e talvolta ripercorreva con la mente l’intera carriera solista di Mariah Carey, procedendo a tempo sulle note di “Hero” o “Vision of love”. X era uno sportivo dai quadricipiti possenti e dallo spiccato senso del ritmo; forse è per questo che impazziva per l’R & B e poteva zigzagare per ore lungo il sentiero di marmo senza nemmeno sostare per un succo d’arancia o un ginger.

B. Z era un vecchietto peloso che tagliava la legna. Uno di quei mestieri che gli ambientalisti chic guardano con molto disprezzo mentre si strusciano davanti al caminetto acceso degli amichetti stempiati. Z tagliava gli alberi con molta passione e trasporto, e non ascoltava musica. Conosceva il rumore della sega, il silenzio e il rumore dei tronchi che cadono. Z aveva un cane andicappato e amava il suo cane andicappato più di ogni altra cosa; a lui dimostrava tutto l’affetto di cui era capace, ragion per cui io non avrei mai potuto tagliargli le orecchie.

SVOLGIMENTO

Quando X cadde nella tagliola di Z ci rimasi male. X stava zigzagando come suo solito, noncurante delle trappole sparse sulla strada; come se non sapesse che Z si sarebbe vendicato, in qualche modo, per via delle offese rivolte al suo cane, difendendone l’onore, difendendo la dignità del cane. Y li aspettava entrambi con le braccia conserte, ma arrivò solamente Z. Durante la merenda con il marzapane ed il latte condensato, Y e Z discussero lungamente della relazione esistente tra i 4 sensi e la morte, ovvero della silenziosità della morte, l’impalpabilità della morte e del suo essere incolore, inodore, insapore. Secondo loro, la morte coinciderebbe con il tempo e i significati assegnati ad essa dalle diverse culture, invece, riguarderebbero la vita dei vivi che osservano i cadaveri, e non la morte delle persone (come erroneamente si suppone); il cadavere continuerebbe, nel tempo, il suo processo di invecchiamento, e la morte resterebbe un’invenzione semantica atta a sintetizzare la retta del processo di invecchiamento in un unico punto (sovraccarico di significati). Y e Z morirono insieme per via del latte condensato scaduto e si dimenticarono tutto quanto.

EPILOGO

Io me ne sto qui sul trespolo di dio, solo, con il cane andicappato di Z che mi piscia sul letto e sui pantaloni, poi sul letto. A provare un poco d’amore, per imitazione. A sapere che Z, uccidendo X, ha solamente rincorso il suo cuore. E a ritenerla (questa) una cosa giusta anche se terribilmente giusta. X morì dissanguato lasciando pompare il proprio sangue nel cuore di Z. Il tempo li cancellò entrambi in un battito di ciglia, lasciando al loro posto un sasso.

LA MORALE DELLA STORIA IN CINQUE PUNTI

  1. Non si può uscire dalla convenzionalità del linguaggio
  2. L’individualismo ci porterà ad una definitiva glaciazione etica e morale
  3. L’amore per qualcuno porta al conflitto con qualcun altro. A volte l’irrazionale ci porta a dimenticarne le conseguenze
  4. L’irrazionale dovrebbe avere un avvocato
  5. Quanto sono insignificanti le nostre grandiose personalità (parlando di frazioni, 3\21 non è maggiore di 1\7, e questo lo sanno anche alle elementari)

Stava guardando le croste della pizza mentre intorno la gente bestemmiava la sua divinità preferita dal 2021. Aveva le sopracciglia unite da un ponte di peli sudati ed era odioso, odiato (anche se questo non avrei dovuto dirvelo). Quasi erano finiti i soldi contanti, e non sarebbe andato avanti ancora a lungo con quei cazzo di whisky invecchiati con le etichette gialline, questo è sicuro “ce l’hai un bancomat?” No, il barista scosse la testa; avrebbe dovuto abbassare il tiro già a partire dall’ordinazione successiva. “10 euro per sta roba che tu quanto la paghi?” Ma il suo tenore di vita precedente la separazione non gliel’avrebbe mai consentito; aveva una moglie ricca e molto ricca, mai figli e un pastore afghano talmente brutto che piaceva da impazzire alle figlie annoiate dei miliardari. “Ci piace da impazzire” dicevano in coro mentre si facevano toccare. Soprattutto lui credeva fermamente nella contagiosità della povertà “Col cazzo che finisco come voi stronzi”. Sapeva addirittura che nella vita precedente era uno strozzino particolarmente vendicativo, e che andava forte tra le giovinette lesbiche per via dello spazzolino elettrico che aveva ingoiato per sbaglio quel giorno di primavera (ma questo non è molto rilevante ai fini della storia).

1. I suoi occhi azzurri e lucidi riflettevano il fondo del bicchiere, e il barista stava fisso a guardarlo indicandolo coi baffi. “Avrai un sacco di cose da raccontare ai tuoi stronzi alcolizzati.” In effetti il barista aveva un sacco di cose da raccontare.

2. I suoi occhi azzurri e lucidi riflettevano il fondo del bicchiere, e il rumore del locale veniva progressivamente soffocato dal silenzio della sua testa.

3. Fu il fegato a iniziare:

-valgo quanto il tuo sacchetto di spiccioli che non hai voglia di contare e fai bene, perché dentro ci saranno al massimo 5 euro.

-cosa? (sorpreso\rallentato da alcool e depressione)

-stai finendo il credito.

-fino a prova contraria sei ancora il mio fegato. E per mio intendo che nel mio organismo non vige la proprietà privata.

-morirai. (categorico)

-non morirò. (sicuro di sé ma non del tutto\categorico)

-morirai, in un modo o nell’altro. Quello è il sesto bicchiere, e la tua macchina è una Prisma. (ironico\scarsa fiducia nell’autoveicolo)

-Sì sì certo. Ora invece spiegami quella stronza dove cazzo è finita. Io vivo tranquillo, senza eccessi, mangio poco, le cucino il pranzo e le porto i cracker a letto; la vado a prendere a spinning quando fa freddo e le compro l’idromele quando fa caldo; abbiamo un cane 2D del cazzo con la pleurite che sembra una tendina. Benissimo. Poi lei scompare. E mi lascia un biglietto con su scritto che si sente soffocare, che deve riflettere e che se ne starà a Lione con riki per un po’. Chi cazzo è riki? (alterato da alcool depressione organi interni vita privata e grossi cani che sembrano spazzole)

-ma

-Io non lavoro da otto anni e non ho un soldo perché lei non ha mai voluto che lavorassi. Lei, invece, ora è con riki-cazzo-sei a farsi spremere la confusione in una bottiglia di frizzantino. E dimmi cosa dovrei fare ora, dimmi. (incalzante\si asciuga il sudore dalla fronte col polsino della camicia)

-non saprei cosa

-sai cos’ho fatto prima? Lo vuoi sapere?

-vai. (accondiscendente)

-ho preso la sua cazzo di prisma e le sono entrato in soggiorno attraverso quella cazzo di porta vetri con la fantasia che aveva tanto voluto lei, con le papere che si tuffano. Le ho frantumato sia le papere che il laghetto, e spaccato quel cazzo di divano rosa shocking che le piaceva da impazzire “mi piace da impazzire” diceva. Faceva schifo.

-bravo. (ironico\giudice)

-sei ironico, sacchetto di merda?

-no, ecco ma

-tu sei una specie di stronzo, non è vero?

-ei ei, fermati un attimo. È vero che lei ha perso qualche buona occasione per sembrare almeno un poco intelligente. E capisco perché tu ne abbia persa una decina, di conseguenza. È tutta una questione di impulsività, sai. Io ti do ragione in tutto, perché è così: hai ragione. E non ho mai visto una persona avere così tanti problemi con la propria ragione. (paterno)

-oh cristo.

-non bestemmiare. (paternalista\ciliegina sulla torta)

-cosa!? Il mio fegato mi dice di non bestemmiare, ma certamente. Vuoi per caso che ti faccia un succhiotto?

-non essere blasfemo, ecco tutto. (difensivista)

-io con le parole ci gioco come e quando cazzo mi pare. (offensivista)

-quando uno è blasfemo è blasfemo. Non dovrebbe mai esserlo, è una questione di rispetto. (non sa cosa lo aspetta\non ne ha la minima idea)

-il problema non sono io che sono blasfemo per gioco. Il problema sei tu che sei religioso sul serio. Quanti euro hai detto che vali? (inquisitore\abuso di potere)

-eh?

-prima dico, avevi parlato del credito che finiva. Quanto ti resta?

-avevo detto 5 euro ma era una metaf

-perfetto. (conclusivo)

Lui prese gli spiccioli dal sacchetto che teneva in tasca, li contò, erano 5 euro, prese le chiavi della Prisma, si incise il fianco e incise ancora, incise sempre più dentro, si aprì un piccolo pozzo nella pelle, scavò, scavò il grasso con le chiavi, fece colare fiumi di sangue e piramidi di grasso giù dallo sgabello, posò le chiavi sporche accanto al bicchiere di whiskey, affondò la mano nella carne afferrandosi il fegato in una valle di pezzi molli e tessuti rosso fuoco, lo strappò via, strinse gli spiccioli nella mano sinistra, il fegato nella mano destra e guardando il barista disse “dovrebbero bastare”.

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