ancora
10/04/2010
Prendevate le vostre cose e scappavate fuori. C’era un bel cielo indaco mentre vi sfollavano verso nessuna direzione a caccia di fortuna. Le folle si riformavano continuamente e poco per volta travolgevano le guardie e i controllori condannati a morte. Voi eravate indietro e in fondo lo sapevate che non c’era quasi più niente da fare, però i bambini. Avanzavate pretese sul vostro ruolo di genitori, rivendicavate figli non vostri. Mentre la città era in fiamme e pioveva fuliggine spessa voi volevate andare nel gruppo più avanti. Il fumo dei copertoni bruciava gli occhi e avevate la sensazione di crescere un nodo rampicante nei cervelli ormai fitti di immagini e un dolore mai provato prima. Non c’era altro che città. Non c’era altro. La vostra corsa non era contro il tempo, bensì contro la pigrizia delle vostre radici, abituati come eravate a stare comodi a stappare bottiglie. Faceva il caldo che avreste voluto togliervi le giacche di lana, ma non potevate perchè vi avrebbe ucciso perdere tempo. Qualsiasi tipo di tempo. Calciavate le vecchiette aprendovi dei varchi tra i morti in processione, provando un certo sollievo ad ogni persona superata con l’egoismo tipico di giovani industriali rampanti. Eppure eravate persone semplicemente comuni, ordinarie, operai e preti di quartiere. Non c’era niente di eroico nell’andare a morire. Le fiamme erano alte che pensavate che se fossero crollate vi avrebbero schiacciato, e per una volta avreste parlato tutti la stessa lingua. Per una volta. Voi con i visi tirati dalla paura come corde di chitarra accordate due, tre, quattro, cinque tonalità più alte. Il Mi cantino in attesa di spezzarsi. Che non stavate più pensando a domani, ma al prossimo respiro. A respirare ancora una volta, l’ultima. Ancora una volta l’aria cancerogena del mondo. Ancora una. Non stavate più scappando dalla morte, stavate cercando la vita per sempre. Troppo tardi ormai per morire di cancro.