immobili all’alba

24/08/2010

[autobiografico. anche se mi sono appropriato indebitamente del "noi", ovvero, vi ho usato per scrivere questo pezzo nel quale non dovrete per forza riconoscervi.]

Ci svegliamo la mattina presto senza mai essere andati a dormire, sentiamo le formiche salire le scale di alluminio. Il condizionatore del bungalow non soffia più fuori niente, supervisiona le nostre risate isteriche con aria indifferente. Continuo a bere ad intervalli irregolari dalla bottiglia di tè freddo per lubrificare la gola essiccata dal fumo che pervade la stanza; bevo compulsivamente (le formiche entrano sulle punte, senza volerci disturbare, senza neanche chiederci un pezzo di pane).

Sento che mi sto ammalando, ma non mi ammalo. Guardo le persone intorno con occhi graffiati come i loro, gli sguardi ancora vivi e fieri di stare a fissarsi ebeti attraverso la luce tenue che ci è sopra. Mi chiedo cosa stiamo cercando, e forse se lo chiedono anche altri, mentre la luce del sole prende possesso del nostro perimetro. Noi, in mezzo. Il tavolo è scomodo, le posizioni che abbiamo assunto sono il meglio che possiamo fare dopo una notte regalata al mare.

Sono le sette del mattino, forse prima. Noi siamo a due passi dalla ferrovia, una linea adriatica che non molla mai. Ogni dieci minuti passa un treno a spostarci i pensieri tra le pareti, a spostarci le pareti tra i pensieri: Treni merci, intercity, euro star, interregionali. Tutto a due passi da noi, per un piccolo istante: pendolari, controllori e famiglie dirette in Puglia, al macero. Stiamo fermi, senza guardare fuori. Noi che da fuori prendiamo solo il rumore e lo spostamento d’aria e non ce ne frega un cazzo di chi è la colpa. Che si fottano, i treni del mattino. SOSPENDETE IL SERVIZIO, CAZZO!

Ci guardiamo in faccia, non abbiamo più alcun difetto. Siamo belli come il sole, nel nome del lassismo. E dobbiamo ancora svegliarci per andare a correre, questo era deciso. Ma ci guardiamo essere belli, ci guardiamo belli come non lo siamo mai stati, inebetiti, ubriachi di sonno e imbottiti di brividi. Non abbiamo fame, non abbiamo sete, non abbiamo aspettative ma sappiamo che è meglio non fermarsi troppo a lungo. Ci sarebbe fatale: non vorremmo rischiare di perdere l’attimo, di crollare in preda alla normalità delle nostre abituali crisi isteriche, imperfezioni e malattie psicosomatiche. Siamo belli, dritti sulle nostre schiene. Componiamo una canzone struggente con la chitarra classica di qualcuno, poi la dimentichiamo. Solo allora siamo fuori.

Iniziamo a correre sulla sabbia. La spiaggia è inclinata, cazzo se è inclinata. Iniziamo a correre malvolentieri sentendo i talloni picchiare sul bagnasciuga più forte di quello che ci saremmo aspettati. Un piede sforza più dell’altro, siamo inclinati anche noi. Ci fanno male le caviglie e il fumo passivo del bungalow brucia rinchiuso nei polmoni come il cielo di Milano in una stanza. È faticoso. Lo sento dai dolori provenienti dal ginocchio operato, e cerco di correre senza crederci troppo, giusto per non rovinare l’idea, per non rimanere indietro. Guardo in basso. Siamo in fila indiana sulla riva ad evitare pietre piramidali e granchi nani traumatizzati, mentre il ginocchio mi punge ininterrottamente, terribilmente. Dio mi ricostruisca il crociato anteriore, la prego (do sempre del lei a dio, quando non so più cosa fare). Non c’è soluzione, mi appello alla preghiera solo per circumnavigare le mie responsabilità. Ci scherzo su, guadagnando metri. Non sono più giovane.

Lo so, che ho ragione.

È il tendine d’Achille di un piede a darmi la netta sensazione che sto tirando la corda. Proseguo ancora, il sole ci taglia in due già a mezza altezza incastrato tra l’uno e l’altro, e gli altri tre uguale. Faticare non è così bello come sembra. Siamo compatti, io sono passato avanti sorpassando chi ha schiacciato un sasso, ma resto davanti solo per vedere cosa si prova. Siamo belli ma nudi, ora. Nudi davanti alla fatica, tra il mare e la spiaggia. Tre ragazzi e due ragazze in cerca di una meta per ritornare da dove si è partiti, un chilogrammo prima, un passo prima, un anno prima. Ed ecco che mollo, mi tolgo la maglietta, mi stacco dal gruppo, loro vanno veloci come i treni che ci tengono svegli, e trasportano ognuno milioni di dubbi e certezze male assortite. Io mi butto nell’acqua delle sette e sento che è calda, come non mi sarei mai aspettato. vedo il sole crescere, solo, e gli altri proseguire come treni rotti ma orgogliosi verso qualcosa. Guardo intorno a me, spuntando i punti cardinali, infine dritto in direzione dell’altra parte, la parte che non vedo, quella che non si vede mai e non c’è mai quando voglio fissarla negli occhi con il magone in pugno e dirle –hei, io, ei…

Fuori dall’acqua fa un freddo cane.

2 Risposte to “immobili all’alba”

  1. Kojiro85 detto

    Il tuo più bello davero.

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