l’odore delle fotocopie

17/09/2010

[autobiografico. risale ad un paio di anni fa. l'ho solamente riguardato.]

Mi sedetti sul muretto come avevo fatto per tutti e quattro gli anni passati in quel posto. L’università era il solito groviglio maldestro di ferro e vetri crepati. C’era una marea di gente che usciva dai test di ammissione, io avevo appena finito di registrare l’ultimo voto e stavo leggendo Americana di Don DeLillo. Una ragazza che conoscevo ma non vedevo da molto tempo mi venne incontro e mi salutò. Mi fece capire che avrebbe voluto dire due parole. Chiusi Don DeLillo e tenni il segno con una cartolina di Vivienne Westwood. Mi chiese del libro, di un gruppo noise tedesco, della burocrazia universitaria, di Parigi. Lei era fidanzata con un mio amico che lei aveva lasciato mesi prima. Mi chiese di lui, poi si mise a piangere nel palmo vuoto di una mano e se ne andò. Pensai al giorno in cui lei mi disse che avevo i capelli da putto; il suo ragazzo mi offriva degli spinaci tiepidi, intanto parlavamo di quanto ci stavano sul cazzo i radical chic rasta con gli djembè. Pensai di aver vissuto quei primi anni universitari sull’orlo di una generazione.
Presi bene la mia presunzione, nonostante tutto.

Era un tempo in cui W dirigeva i cori mentre camminavamo da nessuna parte stonando canzoni di cccp cure stooges devo pavement boy george violent femmes sex pistols nick cave minuteman flaming lips neil young radiohead fugazi smiths solamente per sentirci perfettamente fuori moda. B continuava a mettere quel suo cappotto disgustoso. Condividevamo un cinismo giovanilista e superficiale, che ci preparava consapevoli ad un mondo giovane e superficiale in modo diverso. Forse ci credevo, ad un qualche tipo di ingenuità. Che poi tutto si riflesse lungo le pieghe della mia vita, le piaghe da decubito. Con tutto quel relativismo che adesso scrivo su ogni documento Word. Conoscevo i sonic youth, il primo buio di Torino sotto le luci di natale, i monty phython e il referendum sulla fecondazione assistita, il nichilismo.
Parlavamo di tutto quanto, negli anni settanta delle nostre vite non sincronizzate.
Nascevano i tedeschi suonano altri tedeschi, e poi diventavano qualcos’altro.

Decisi di non rimettermi a leggere. Me ne andai dalla terrazza universitaria senza ascoltare musica dall’i-pod e vidi una ragazza con delle tette enormi immobili, innaturali. La sua abbronzatura sintetica perdeva inchiostro sulle dita del ragazzo. E il nero attira i raggi solari.

Ufficialmente avevo finito gli esami. Torino quel pomeriggio era bollente e diversa. Il marocchino con la fisarmonica si era rasato la testa e io non gli diedi niente. Non conoscevo più nessuno. La città era vuota. A Ginevra si preparavano per fare scontrare due particelle subatomiche dentro a un grosso tubo. Avremmo potuto sapere qualcosa in più sull’origine dell’universo creando un buco nero infinitamente piccolo. “molto bene”, pensai. Mi resi conto che non sentivo più l’odore delle fotocopie.

4 Risposte to “l’odore delle fotocopie”

  1. B. detto

    Bello e anche decisamente autobiografico.

  2. poppystuff detto

    ti chiederei come sei giunta oggi fino al mio blog, ma voglio pensare ad una coincidenza astrale particolare.

  3. Elia detto

    Hai un dono… spero quantoprima che i cupiu ti ripubblichino qualcosa!

    PS prima che tu me lo domandi, sono giunto al tuo blog mosso da un odio viscerale nei confronti dei cupiu, fiutando l’odore dei loro amichetti scribacchini

    PPS Ciao bello a stase!

    PPPS Il racconto è DAVVERO di genio!

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